Vincenzo Piga e il dialogo

di Corrado Pensa

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Vincenzo Piga

Il 17 gennaio 1999 la Fondazione Maitreya organizzò a Roma una manifestazione in ricordo del suo fondatore Vincenzo Piga, alla quale intervennero la presidente dell’UBI, Elsa Bianco, il collega e amico Giovanni Boni, il prof. Corrado Pensa e la presidente della Fondazione Maitreya, Maria Angela Falà. Ognuno in vario modo ha ricordato l’opera di Vincenzo, tratteggiandone vari aspetti e la suapoliedrica attività sia per il Dharma sia negli altri campi in cui ha operato. Successivamente vi sono state parole di ricordo da parte dei presenti che volevano onorarne la memoria e alcuni momenti preghiera con i monaci del monastero Santacittarama e di Jorpa Lodro del Dharma Ling di Roma, che hanno concluso la mattinata. Vi proponiamo il testo dell’intevento di Corrado Pensa, apparso anche sulla pubblicazione Sati,n. 1 del 1999 curata dall’A.Me.Co.

Il 14 novembre scorso (1998, ndr) è mancato Vincenzo Piga. L’A.Me.Co. ricorda con molta gratitudine e affetto l’amico Vincenzo, vero pilastro di fondazione del Dharma in Italia. La rivista Paramita, la Fondazione Maitreya, il dinamismo impresso all’Unione Buddhista Italiana e numerose altre iniziative testimoniano l’impegno, la passione e il disinteresse che Vincenzo ha profuso costantemente a favore della presenza del buddhismo in Italia.

Negli scritti di Vincenzo sul buddhismo (quasi tutti comparsi in Paramita) il tema del dialogo interreligioso, con particolare riguardo all’incontro buddhismo-cristianesimo, occupa un posto di grande rilievo. E ciò sia per il numero degli interventi, sia perché in essi si avverte quanto profondamente questo tema gli stesse a cuore.

Questo forte impegno per il dialogo è sempre apparso intrecciato ― nel pensiero e nell’azione di Vincenzo ― con l’impegno per una coltivazione seria e fondata del Dharma in Italia. Più precisamente, Vincenzo non vedeva alcuna possibilità di reale radicamento del Dharma nel nostro Paese e, in generale, in Occidente, senza un incontro-scambio in profondità con la cultura occidentale, a cominciare dalla cultura religiosa giudaico-cristiana.

In proposito, l’opinione da lui formulata in una intervista rilasciata nel 1996 è illuminante:

Il Dharma dovrebbe adattarsi alla cultura italiana in maniera tale da potersi confrontare ― senza considerarli orientamenti estranei alla propria tradizione ― con una cultura razionalistica antidogmatica, empiristica, pluralistica: con una cultura liberale e libertaria che poggia da due millenni su basi cristiane1.

Dunque l’incontro del buddhismo con l’Occidente deve passare per l’incontro del buddhismo con la tradizione giudaico-cristiana. Ma, a sua volta, nella visione di Vincenzo, il dialogo interreligioso presuppone religioni che abbiano già «incontrato l’Occidente» ossia che abbiano recepito da un lato la sete di valori dell’Occidente contemporaneo, dall’altro la sua diffidenza e il suo rifiuto per tutto ciò che è dogmatismo, autoritarismo, ideologismo.

Al riguardo sono da segnalare due suoi contributi, Il buddhismo nella cultura europea e L’impegno culturale dell’U.B.I. comparsi rispettivamente nel 1987 e nel 1988 in Paramita. In essi Vincenzo prima invita a distinguere ciò che è essenziale nel Dharmada ciò che è accessorio, vale a dire da tutto il bagaglio culturale specifico delle varie civiltà che hanno accolto e assimilato il buddhismo e quindi quella cinese, quella tibetana, quella giapponese ecc. Quindi osserva che mentre questa particolare colorazione culturale non va necessariamente proposta al praticante occidentale, i principi essenziali del Dharma, al contrario, non solo vanno mantenuti ― e qui Vincenzo è particolarmente felice e incisivo ― «ma vanno fatti oggetto di una definizione e di un’applicazione più rigorosa che mai»2

In altri termini, il buddhismo in Occidente come occasione non già di una svendita dello stesso buddhismo, bensì, al contrario, come occasione per un incontro con le radici del Dharma in spirito di novità e di freschezza. E acciocché questo incontro nuovo con il cuore dell’insegnamento buddhista possa avere luogo, il lavoro fondamentale dei centri di Dharma non dovrà certo essere quello di alimentare sistemi di credenze esclusive e separative, bensì, auspica Vincenzo,

l’impegno dei centri di Dharma non è quello di creare dei buddhisti, bensì quello di aiutare le persone, di qualunque fede o senza fede, a vivere con una mente più serena e quindi più aperta a capire la reale natura dei fenomeni interni ed esterni per liberarsi dai veleni dell’errore, dell’attaccamento e dell’avversione3.

Dunque il programma molto ragionevole e, insieme, autenticamente spirituale (e perciò non facile) che Vincenzo propone è questo: accoppiare una rigorosa comprensione, assimilazione e pratica del Dharma con un rapporto di non appropriazione e di non identificazione nei confronti del buddhismo. E ciò, mi sembra, per due motivi, entrambi della massima rilevanza. Il primo è che l’insegnamento della non identificazione e del non attaccamento è il cardine della predicazione del Buddha. Il secondo motivo è questo, che l’identificazione con una dottrina religiosa porta naturalmente al dogmatismo e al sonno istituzionale, rendendo così impossibile quell’incontro nuovo con le radici del Dharma di cui si diceva.

Volgiamoci ora alla riflessione di Vincenzo più specificamente imperniata sull’argomento del dialogo interreligioso. Dopo una serie di interventi occasionali al riguardo, colpisce, nel 1989, il suo primo articolo specificamente dedicato al dialogo, L’impegno del buddhismo nel dialogo interreligioso. Colpisce perché l’Autore ha parole più vibranti e perentorie di quelle usate in precedenza: «Viene da chiedersi ― egli scrive ― se il dialogo sia una moda o non sia piuttosto esigenza storica irrinunciabile e irreversibile»4 E suffraga quindi le sue parole con il contributo di uno degli interpreti più geniali del dialogo, R. Panikkar, là dove quest’ultimo afferma: «Nessuna cultura, come nessuna religione, da sole possono risolvere il problema umano… è necessaria una mutua fecondazione tra religioni»5 Il medesimo Panikkar sarà ancora citato da Vincenzo nel 1996, con un altro brano sulla stessa linea:

Pensare che una cultura, un popolo o una religione abbia il diritto o il dovere di dominare su tutto il resto del mondo reca il segno di un’epoca ormai trascorsa della storia. Il nostro attuale livello di coscienza… in Oriente come in Occidente considera insostenibile tale pretesa6.

Osserviamo che la trattazione del dialogo negli scritti di Vincenzo appare sempre connotata da due caratteristiche: da una parte l’impegno appassionato, l’appello all’urgenza del dialogo, dall’altra il fermo rifiuto di quella presunzione di superiorità avanzata dal mondo cattolico ufficiale. Ricordiamo, per esempio, il suo sgomento davanti a un intervento «imperiale» di Civiltà Cattolica che suonava così:

«È necessaria una nuova evangelizzazione che mostri come la fede cristiana sia in grado di rispondere ai problemi umani più profondi assai meglio di quanto possano fare sia le altre religioni ― in particolare quelle orientali ― sia l’esoterismo gnostico»7.

In più di un’occasione in anni recenti sia Civiltà Cattolica, sia alte gerarchie cattoliche, sia lo stesso Papa in un suo libro-intervista, si sono espressi contro il buddhismo. Vincenzo ha immancabilmente risposto studiandosi di coniugare l’assiduo invito al dialogo con la puntuale contestazione di quegli attacchi. Contestazione a volte caustica, mai però velenosa e, comunque, nella maggior parte dei casi, paziente e benevola.

Un’occasione ― a questo proposito ― di divertita e divertente ironia si offrì a Vincenzo allorché la stampa italiana si mobilitò per il film di Bertolucci, Piccolo Buddha. Di fatto il panorama di pregiudizio e di disinformazione riguardo al buddhismo che emerge da questa carrellata8 è sconcertante e mostra chiaramente che la resistenza a un dialogo vero con il buddhismo non viene solo dal cattolicesimo ufficiale, bensì anche da una parte non irrilevante della cultura laica italiana. Memorabili certi interventi di «grandi firme» laiche, nel segno di una vistosa deformazione del buddhismo.

Ma Vincenzo ha continuato la sua battaglia, tenacemente e nobilmente. Di chiara importanza, sia per l’impegno sempre vivo, sia per la maturazione intellettuale che evidenzia, è il suo ultimo contributo sostanzioso sull’argomento, Il dialogo interreligioso tra riforme e stagnazioni, del 19969.

Personalmente trovo poi che un culmine prezioso nella sua riflessione interreligiosa Vincenzo lo abbia raggiunto in uno scritto del 1992. In esso egli mostra una conoscenza non superficiale di Teilhard de Chardin, unita a una spiccata simpatia per colui che fu chiamato il «gesuita proibito». E, argomentando in merito, Vincenzo ci offre una straordinaria perla del pensiero di Teilhard:

«Se per qualche sconvolgimento interiore venissi a perdere successivamente la mia fede in Cristo, la mia fede in un Dio personale e la mia fede nello Spirito, ritengo che continuerei a credere nel Mondo. Il Mondo, il suo valore, la sua infallibilità, la sua bontà: questa è in ultima analisi la prima e la sola cosa alla quale credo. È per questa fede che io vivo ed è a questa fede, ne ho la premonizione, che al momento della morte, al di sopra di ogni dubbio, mi abbandonerò10».

Implicitamente Vincenzo suggerisce, mi sembra, di porre questa concezione della fede, così radicalmente spirituale e, al tempo stesso, così adogmatica, al centro del dialogo, come fermento unitivo, al di là delle specificità dottrinarie e di credenza delle varie religioni.


Note

1 R.Minganti e F. Oldoini, Al servizio degli altri (Intervista a Vincenzo Piga), Duemilauno, Nov-Dic 1996, p. 38.

2 V.Piga, Il buddhismo nella cultura europea, cit., p. 37.

3 V.Piga, Il buddhismo nella cultura europea, cit., p. 37.

4 Id., L’impegno del buddhismo nel dialogo interreligioso, Paramita 29 (1989), p. 28.

5 Ivi, p. 29; non è citata l’opera di Panikkar presa in considerazione.

6 R.Panikkar, Il dialogo intrareligioso, Assisi 1988, pp. 145-6, cit. in V. Piga, Il dialogo interreligioso tra riforme e stagnazioni, Paramita 58 (1996), p. 21.

7 Civiltà Cattolica 3396, dic. 1991, editoriale, cit. in V. Piga, Perché «New Age» non piace alla «Civiltà Cattolica»? Paramita 42 (1992), p. 49.

8 V.Piga, Il buddhismo dei media, Paramita 50 (1994), pp. 51-2

9 V. sopra, n. 6.

10 Perché «New Age»… cit., p. 49, ove è citato l’anno (1934) ma non la fonte di questa citazione di Teilhard.

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