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Śamātha & Vipaśyanā

Lo Śamātha è, insieme alla Vipaśyanā, uno dei due filoni della pratica meditativa (Bhāvanā) proprie del Buddhadharma. Consiste nella coltivazione della concentrazione mentale (Samādhi) fino al conseguimento della focalizzazione stabile su un oggetto designato (Cittakaggatā). Grazie allo Śamatha si possono creare le condizioni per l’insorgere di uno stato di concentrazione mentale che rende possibile la pratica della Vipaśyanā, ossia la meditazione introspettiva, la quale, a sua volta, porta a «vedere con chiarezza» la vera natura della realtà e quindi di «discreare» le congestioni energetiche, Saṃskāra, causate dalle contaminazioni. Kleśa.

Quel che spesso vien taciuto è che le due pratiche non sono solo complementari e interdipendenti, ma costituiscono un vero e proprio due-in-uno. In breve: non si può praticare la concentrazione senza praticare contemporaneamente l’introspezione, proprio come non si può praticare l’introspezione senza sviluppare, contemporaneamente, anche la concentrazione.

Faccio un esempio: se durante la pratica della concentrazione, qualche evento esterno o interno, per esempio un forte rumore inatteso, causasse l’insorgere d’una reazione emotiva, la pratica richiederebbe che questa non venisse ignorata o, peggio, soppressa, ma che venisse, invece «curata» con l’accettazione incondizionata, sospendendo il giudizio, evitando di cadere nello stato di identificazione e mantenendo, invece, il distacco emotivo necessario alla continuazione dell’auto-osservazione, che favorirà la discreazione della congestione energetica (Saṃskāra). Questa è la Vipaśyanā che si pratica simultaneamente allo Śamātha.

Durante la pratica della Vipaśyanā invece, bisognerà ricorrere alla pratica di concentrazione ogni volta che il livello di attenzione decade dallo stato di concentrazione richiesto dalla pratica introspettiva (Upacāra-samādhi), ossia ogniqualvolta si verifica il ritorno della proliferazione mentale (Prapañca), come una mongolfiera che, di tanto in tanto, deve accendere il bruciatore, in modo che la spinta dell’aria calda la mantenga in quota. Questo è lo Śamātha che si pratica simultaneamente alla Vipaśyanā.

Forse la concentrazione si può praticare a sé stante, ma non dopo aver fatto l’esperienza della meditazione introspettiva. Chi ha sperimentato la Vipaśyanā non può più tornare indietro. La mia personale esperienza mi fa dire che, a tutt’oggi e per me, Śamātha & Vipaśyanā sono due ali della medesima pratica meditativa, interrelate, interconnesse e interdipendenti che, alla prova dei fatti non si possono praticare separatamente nemmeno volendo.

Un commento

  1. Condivido pienamente e come ben dici spesso vine taciuto e si creano al principio soprattutto interpretazioni personali nel praticante che sviano .
    Sono un due in uno , come dici . E’ la prima volta che leggo con tale chiarezza e posso sfatare un dubbio , grazie Flavio , a presto ! Namastè

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