Papañca-saññā-sankhā

«Quando c’è l’occhio, una forma e la percezione visiva, è possibile sperimentare la manifestazione del contatto. Quando c’è la manifestazione del contatto è possibile sperimentare la manifestazione della sensazione. Quando c’è la manifestazione della sensazione è possibile sperimentare la manifestazione del riconoscimento. Quando c’è la manifestazione del riconoscimento è possibile osservare la manifestazione del pensiero. Quando c’è la manifestazione del pensiero è possibile sperimentare l’assalto dei concetti nati dal fantasticare sulle percezioni» (Madhupiṇḍika Sutta, MN 18).

Papañca significa complicazione, proliferazione. È la tendenza della mente a produrre pensieri partendo dal senso di “sé”. Il termine può anche essere tradotto come pensiero autoreferenziale. Nei discorsi, è frequentemente utilizzato nell’analisi della psicologia del conflitto. Nell’uso filosofico, significa espansione, differenziazione, “diffusione” o “molteplicità” del mondo; e può anche riferirsi al “mondo fenomenico” in generale, in quanto prodotto della Prakriti (natura naturans) e all’atteggiamento mentale della “mondanità”.

Nel Buddhadharma, papañca si riferisce alla concettualizzazione del mondo tramite la produzione di concetti in continua espansione. La traduzione di papañca come «proliferazione concettuale» fu fatta per la prima volta da Katukurunde Ñanananda Thera nella sua monografia Concept and Reality. È un concetto utile, non solo nella pratica della meditazione buddhista, ma in molti altri campi.

Sebbene abbia lo scopo di chiarire la realtà, papañca sortisce il risultato inatteso di cancellare o ridurre la percezione sensoriale non verbale diretta. In parte, ciò è dovuto ai limiti che ciascuna persona ha rispetto a quante cose possa prestare attenzione simultaneamente.

Il termine è menzionato in una varietà di sutta del Canone Pāḷi, come il Madhupiṇḍika Sutta (MN 18) citato in apertura, ed è menzionato anche nel Buddhismo Mahāyāna. Quando si fa riferimento ai concetti derivati ​​da questo processo, tali concetti sono indicati in Pali come papañca-saññā-sankhā.

Nel Dhammapada incontriamo il termine papañca nelle gāthā 254 e 255, il cui commentario riporta la storia del pellegrino Subhadda: Subhaddaparibbajaka Vatthu:

Nel cielo non ci son tracce.

254.
Ākāse padaṃ natthi samaṇo¹ natthi bāhire²
Papañcā bhiratā pajā nippapañcā tathāgatā³


255.
Ākāse padaṃ natthi samaṇo natthi bāhire²
Saṅkhārā sassatā natthi natthi buddhānaṃ iñjitaṃ

254.
Nel cielo non ci sono tracce; nessuno riesce senza sforzo². Tutti gli esseri si dilettano nella proliferazione; i Tathāgatā³ sono esenti da proliferazione .

255.
Nel cielo non ci son tracce; nessuno riesce senza sforzo². Non c’è cosa composta che sia permanente; i Buddha sono imperturbabili.

Subhadda, il pellegrino, stava a Kushinagar quando gli giunse la notizia che il parinibbāna del Buddha Gotama sarebbe avvenuto presto, nell’ultima vigilia di quella stessa notte. Subhadda aveva tre quesiti che gli occupavano la mente da molto tempo. Aveva già posto le medesime domande ad altri leader religiosi, cioè Purana Kassapa, Makkhali Gosala, Ajita Kesakambala, Pakudha Kaccayana, Sancaya Belatthaputta e Nigantha Nataputta, ma le loro risposte non l’avevano soddisfatto. Non le aveva ancora poste al Buddha Gotama, anche se presentiva che solo lui avrebbe saputo rispondere esaurientemente. Così, si affrettò verso il bosco di alberi di śāl, ma il Venerabile Ananda non gli permise di vedere il Buddha, perché era già molto debole. Il Buddha, tuttavia, udì la loro conversazione e volle ricevere Subhadda. Questi gli pose tre domande. (1) Ci sono tracce nel cielo? (2) C’è liberazione senza sforzo? e (3) Esiste cosa condizionata (saṅkhāra) che sia permanente? Il Buddha rispose negativamente a tutte e tre le domande

Alla fine del discorso del Buddha, Subhadda raggiunse la fruizione dell’Anāgāmi e, come da lui richiesto, il Buddha lo ammise nell’Ordine dei mendicanti. Subhadda fu l’ultimo a diventare un bhikkhu durante la vita del Buddha. In seguito, Subhadda realizzò lo stato di Arahant.

Note al testo

¹Samaṇa, la parola pali per śramaṇa indica un monaco errante. Śramaṇa è la persona che rinuncia al mondo e conduce una vita ascetica ai fini dello sviluppo spirituale. È la parola da cui deriva il termine «sciamano» nella nostra lingua. Nel contesto di queste due gāthā la parola indica la realizzazione dello scopo sciamanico, ossia nippapañca, la libertà da contaminazioni e proliferazioni.
²Bāhire, avv. significa «fuori», opposto a «dentro». La maggior parte dei traduttori traduce «fuori dall’ordine dei mendicanti», ma ciò ci sembra nettamente in contrasto con l’impostazione universalistica dell’insegnamento del Buddha. Ajahn Munindo, giustamente secondo noi, traduce «non c’è liberazione che non passi dalla Via». Considerando che si tratta di una domanda ricorrente in modo ossessivo nella mente del pellegrino Subaddha e che, per questo motivo, si tratti di un quesito ricorrente nella mistica dell’India, proponiamo un «nessuno riesce senza sforzo» (v. Ramana Maharshi, Talks 398), interpretando quel «fuori» come un «senza la disciplina necessaria» alla realizzazione delle condizioni indispensabili al risveglio spirituale.
³Tathāgata è una parola sanscrita e pāḷi che si può tradurre come «ben venuto» o «ben andato»; questa ambiguità è generalmente interpretata come voluta e il termine è tradotto con «colui che è venuto e andato nello stesso modo». Tathāgata è infatti il nome con cui il Buddha indica sé stesso nelle raccolte dei suoi discorsi e allo stesso modo viene indicato dai suoi interlocutori, per evidenziare lo stato ontologico raro e indefinito di un essere pienamente risvegliato, che è al di là dell’esistenza e della non-esistenza, di fatto al là di ogni stato esprimibile con parole.

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