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Karma: mutabile o immutabile?

«Karma» vuol dire azione e indica l’accumulo di energie volitive risultanti dalle azioni positive o negative compiute. Nel linguaggio popolare ha assunto il significato di «effetto di ritorno» creando così le premesse per molti equivoci e incomprensioni.

Semina un pensiero e nascerà un’azione. Semina un’azione e nascerà un’abitudine. Semina un’abitudine e nascerà un carattere. Semina un carattere e nascerà un destino, poiché la mente precede i modi d’essere, originati dalla mente, creati dalla mente. Nella mente ha origine la sofferenza. Nella mente ha origine la cessazione della sofferenza.

Il Buddha spiegò che il karma consiste essenzialmente nella volizione (Cetanā) che accompagna l’azione. Un atto di generosità, per esempio, accompagnato da un sentimento di benevolenza (Kuśalacitta), genera un buon karma che in futuro produrrà buoni effetti di ritorno; mentre un’azione crudele, accompagnata da un sentimento ostile (Akuśalacitta), darà luogo a un cattivo karma e, di conseguenza, a futuri indesiderabili effetti di ritorno.

Il karma, nell’insegnamento del Buddha, non è un destino ineluttabile. Śākyamuni, nell’Anguttara Nikāya, disse che non sarebbe corretto affermare che una persona deve per forza raccogliere secondo le sue azioni. La legge del karma non è inesorabile, perché, se così fosse, allora non sarebbe possibile alcuno sviluppo spirituale e gli esseri umani non avrebbero alcuna possibilità di mettere fine alla nescienza. La legge del karma afferma un’altra cosa; cioè che ciò che una persona raccoglie è in accordo con le azioni compiute. Se avrà agito bene raccoglierà buoni risultati, se avrà agito male raccoglierà cattivi risultati. Proprio perché le cose stanno in questo modo, è possibile una vita spirituale e c’è un’opportunità di realizzazione. L’essere umano ha sempre, nel presente, l’opportunità di agire in modo da incrementare la felicità ed estinguere il dolore.

Gli esseri sono padroni delle loro azioni, sono eredi delle loro azioni. Le azioni sono il grembo dal quale nascono, le azioni sono i loro amici e il loro rifugio. Gli esseri erediteranno le conseguenze di ogni azione che compiranno, buona o cattiva che sia.

Tre tipi di karma

Secondo la millenaria tradizione indo-buddhista, ci sono tre tipi di karma: 1) il Sanchita Karma, ovvero il karma accumulato nel corso di innumerevoli rinascite; 2) il Prārabdha Karma, ovvero il karma le cui conseguenze sono già in atto e danno forma al destino della vita presente; e 3) il Kriyamāṇa (da farsi) o Āgami (futuro) Karma, ovvero il karma fresco, quotidiano, le cui conseguenze devono ancora prodursi.

Semina del riso

Similitudine del riso

  • Il riso raccolto e immagazzinato è come il Sanchita Karma;
  • la parte che viene presa da questa provvista e preparata per essere cotta e mangiata è il Prārabdha Karma;
  • i chicchi che vengono seminati, che daranno un nuovo raccolto in avvenire e a loro volta saranno in seguito aggiunti al granaio, sono come il Kriyamāṇa Karma.
Merci esposte in un bazaar

Similitudine del negozio

  • Le scorte riposte nel magazzino sono come il Sanchita Karma;
  • Le merci esposte, che vengono via via vendute, sono come il Prārabdha Karma;
  • I proventi della vendita sono come il Kriyamāṇa o Āgami Karma.
Arciere mongolo

Similitudine dell’arciere

  • Le frecce riposte nella faretra sono come il Sanchita Karma;
  • La freccia già scoccata è come il Prārabdha Karma;
  • La freccia che sta nelle mani dell’arciere, in procinto d’essere incoccata, è come l‘Āgami Karma:

Di questi tre karma, solo il Prārabdha, cioè quello che ha generato la vita presente, è immutabile: la freccia è già stata scoccata e nulla le può impedire di raggiungere la destinazione. Perciò gli eventi dovuti al Prārabdha sono predeterminati e inevitabili, come esemplifica la storia del monaco Chakkupala il quale, subito dopo aver realizzato il pieno risveglio (ed aver quindi esaurito tutto il karma-deposito), per effetto del Prārabdha divenne cieco. Il Buddha stesso dovette subire gli effetti del Prārabdha: sebbene pienamente risvegliato, morì dopo aver ingerito funghi velenosi.

Martin Lutero e Erasmo da Rotterdam

A margine, possiamo osservare che questa concezione del karma potrebbe mettere d’accordo Erasmo da Rotterdam e Lutero, i quali ebbero un’accesa, interminabile disputa, nella quale Lutero sosteneva la predestinazione, mentre Erasmo sosteneva il libero arbitrio. A causa della tirannia della logica esclusiva (aut aut), ognuno dei due rimase irremovibile sulle sue posizioni. Ma se avessero adottato la più sfumata e inclusiva logica orientale (et et), sarebbero forse riusciti a trovare un accordo: il Prārabdha è il destino ineluttabile, predeterminato fin dalla nascita, mentre l‘Āgami è il libero arbitrio; i due arbitrï, quindi, lungi dall’essere in conflitto tra loro, non solo possono coesistere, ma di fatto coesistono nella stessa persona.

Il Sanchita, ovvero il karma immagazzinato — determinante nella produzione delle vite future — è mutabile (discreabile), tramite la pratica della meditazione introspettiva (Vipassanā). Del karma quotidiano (Kriyamāṇa o Āgami), invece, ci si prende cura con i precetti morali che disciplinano il comportamento fisico e verbale e con la meditazione Śamatha per controllare la mente in modo che non dia adito alla proliferazione di nuove creazioni.


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