Che cos’è la Vipassanā

LA MEDITAZIONE VIPASSANĀ

Intervento del Ven. Rewata Dhamma all'incontro intermonastico e interreligioso tenutosi nel giugno del 1978 presso l'Abbazia benedettina di Praglia (Teolo, PD), riveduto sulla trascrizione della registrazione originale da Flavio Pelliconi

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Rewata_Dhamma

Il Ven. Rewata Dhamma porta le reliquie del Buddha custodite dalle Nazioni Unite durante la loro esposizione alla Pagoda Dhammatalaka (UK) nel luglio 2003.

I nostri atti mentali, verbali e fisici hanno origine nella mente. Ogni volta che avviene un contatto fra gli organi di senso e gli oggetti esterni — come le forme visibili, gli odori, i suoni, i sapori e le sensazioni tattili — all’interno del corpo nasce una sensazione, da cui si originano reazioni che sono causa di nuove azioni. Perciò, se si riesce a controllare la mente, si riesce a controllare anche l’azione, quindi il kamma.

Il Buddha disse che i nostri corpi sono composti di trilioni e trilioni di minuscole particelle, piú piccole degli atomi, che si rinnovano continuamente. Queste microparticelle sorgono e svaniscono milioni di volte a ogni istante; nello stesso modo anche i nostri pensieri sorgono e svaniscono trilioni di volte a ogni secondo. Anche gli scienziati concordano sul fatto che il corpo umano, in condizioni normali, si rinnova continuamente. Quando queste microparticelle (o kalāpa, come li chiamò il Buddha) entrano in collisione fra loro, nasce la sensazione. Noi la chiamiamo sensazione reale o sottile. Durante la pratica della meditazione vipassanā, se la concentrazione è abbastanza buona, siamo in grado di osservare queste minuscole particelle nascere e svanire, e cosí possiamo controllare la mente prima dell’effettuarsi d’ogni azione. Perciò il Dhammapada (v. 103) dice:

«Non chi vince mille volte mille uomini in battaglia, ma colui che ne vince uno solo,  la propria mente,  è un vero vincitore».

Per questo motivo la prontezza dell’attenzione è il piú importante oggetto di meditazione nel buddismo theravāda. La meditazione buddista theravāda si divide in due branche principali: samatha, o concentrazione, e vipassanā, o purificazione. Lo scopo del samatha (o samādhi) è di farci assorbire completamente nella meditazione. Lo scopo della vipassanā è di farci capire la vera natura della mente e della materia. Il samatha è sempre stato diffusamente praticato dagli asceti in India, prima e dopo il Buddha. Il Buddha stesso lo praticò prima del risveglio, e conseguí grazie ad esso tutti e quattro gli stadi della concentrazione fino al piú profondo, ma si avvide che lo stato di tranquillità che otteneva in questo modo non era duraturo. Il Buddha, infatti, cercava un modo per porre termine alla sofferenza una volta per tutte. Infine scoprí questa via incominciando ad osservare in se stesso la natura della mente e della materia e con questo metodo riuscí a conseguire la verità ultima: lo stato di nibbāna. La meditazione samatha va bene solo per eliminare le impurità piú grosse. Con la vipassanā, invece, possiamo sradicare le impurità piú sottili, o saṅkhāra, create dalle nostre azioni passate o presenti.

La parola saṅkhāra ha molti significati, ma in questo contesto possiamo tradurla con «condizionamenti mentali». Il Buddha insegnò a comprendere la vera natura delle cose tramite l’osservazione delle cinque componenti che formano la mente e il corpo. Cosí facendo, ci mettiamo in condizione di percepire le tre qualità di tutta l’esistenza condizionata, e cioè: 1) anicca, o impermanenza; 2) dukkha, o imperfezione; e 3) anattā, o insostanzialità. I cinque componenti sono: forma o materia, sensazione o emozione, percezione, formazioni mentali e coscienza. Queste cinque componenti assemblate insieme costituiscono ciò che noi chiamiamo un essere vivente, la cui qualità è l’impermanenza e che, a causa di quest’impermanenza, sperimenta sofferenza. Non c’è alcun’altra essenza, o qualità, che sperimenti questa sofferenza oltre a questi cinque componenti che chiamiamo «io».

Secondo la filosofia buddista, perciò, c’è la sofferenza, ma non c’è nessun sofferente, cosí come ci sono gli atti, ma non l’autore. In breve, possiamo dire che le cinque componenti sono la mente e la materia (nāma e rūpa), e che lo scopo della meditazione vipassanā è di capire la vera natura di questa mente-e-materia: per questa ragione i quattro oggetti della pratica sono rispettivamente: corpo, sensazioni, turbamenti e pensieri. Quando s’incomincia a praticare la meditazione per la prima volta non è necessario osservare subito questi quattro oggetti contemporaneamente; ma, praticando con regolarità l’osservazione d’uno degli oggetti, si arriva presto a comprendere anche gli altri tre.

Dal momento che il corpo e le sue sensazioni sono piú facili da osservare, la maggior parte dei maestri preferisce partire da questi. Solitamente si incomincia contemporaneamente con l’attenzione al respiro e alle sensazioni del corpo, anche se, tradizionalmente, l’attenzione al respiro [ānāpāna sati, letteralmente: attenzione all’aria che esce (ānā) e all’aria che entra (pāna), NdR] è considerata il primo oggetto della meditazione samatha. Essa può tuttavia essere usata per lo sviluppo dell’insight. Per la pratica della meditazione vipassanā non è necessario raggiungere gli stati piú profondi di concentrazione, ma per capire la vera natura del pensiero e della materia bisogna, per prima cosa, conseguire uno stadio che chiameremo «concentrazione d’accesso» (upacāra samādhi), perché solo una mente concentrata può osservare la realtà e sperimentarla.

Osservando regolarmente il respiro, il meditante giunge a comprendere la natura dei processi fisici e mentali. Se poi presta attenzione alle sensazioni del corpo, arriva a comprendere non solo la natura della mente e della materia, ma anche la natura dei quattro elementi che costituiscono il corpo: gli elementi di Terra (l’intera gamma del peso, dalla leggerezza alla pesantezza), gli elementi d’Acqua (gli elementi della coesione, della duttilità, dei legami), gli elementi di Fuoco (l’intera gamma della temperatura, dal caldo fino al freddo) e gli elementi d’Aria (l’intera gamma del movimento). Anche la natura di questi elementi è impermanente. Comprendere la natura delle cose significa comprendere che sono tutte quante impermanenti (anicca), imperfette (dukkha) e prive di consistenza soggettiva (anattā).

Tramite questa comprensione si giunge alla verità ultima o nibbāna. Questo è lo scopo principale della meditazione buddista theravāda. Allo stesso modo, se facciamo delle nostre sensazioni e formazioni mentali un oggetto di meditazione, possiamo raggiungere la medesima comprensione. La meditazione vipassanā è un metodo che, se propriamente applicato, comprende tutto il Nobile Ottuplice Sentiero insegnato dal Buddha. Il sentiero ha tre aspetti: moralità (sīla), concentrazione (samādhi) e saggezza, introspezione o purificazione (paññā). Molte persone, in passato e nell’epoca presente, hanno tratto beneficio dal Nobile Ottuplice Sentiero, che è ugualmente benefico per monaci e laici, giovani e vecchi, uomini e donne… per tutti gli esseri umani appartenenti a qualunque casta, classe e comunità, paese, professione, religione o gruppo linguistico.

Nel sentiero non c’è alcuna meschina restrizione settaria. Esso è adatto a tutti gli esseri umani di tutti i tempi, di tutti i luoghi. È universale come tutte le sofferenze della vita: la nascita, la vecchiaia, la malattia, la morte, il trovarsi uniti a persone e situazioni sgradevoli, separati da persone e situazioni gradevoli, non avere ciò che si desidera, affanni, angustie, lamenti. Tutte queste forme di disagio fisico e mentale sono universalmente percepite come sofferenza, dolore, stress. Quando si applica la vipassanā all’avidità, all’ira, alla paura, alla gola, all’infatuazione, alla gelosia, all’inimicizia, all’odio, all’egoismo e alle altre emozioni e passioni, si acquisisce la capacità di discreare tranquillamente tutti questi turbamenti.

Alla base della meditazione buddista c’è l’osservanza dei cinque precetti (pañcasīla), e cioè: astinenza dall’uccisione, dal furto e dalla menzogna, da una sessualità disordinata e dall’ebbrezza causata da bevande e sostanze. Non importa se si siano o no osservati questi precetti prima di incominciare la pratica. L’importante è che, dal momento in cui si comincia, si cominci anche a osservare i precetti. Essi sono necessari, perché queste cinque azioni distruttive e autodistruttive sono il frutto dei nostri errori mentali nonché la causa profonda dei mali dai quali cerchiamo di liberarci.

Al giorno d’oggi si soffre sempre piú per certi mali, come la tensione nervosa, l’affaticamento, l’emicrania, lo stress, l’eccessiva pressione sanguigna… o come infelicità, perenne insoddisfazione, depressione, instabilità mentale. C’è perciò bisogno di raccogliere le forze spirituali. C’è bisogno di un metodo che aiuti ad affrontare la vita con serenità e che possa essere utilizzabile subito, nelle varie condizioni in cui ci si viene a trovare di giorno in giorno. Con la pratica della meditazione vipassanā, non solo ci si libera di questi inconvenienti nervosi, ma si sperimenta anche un certo grado di vera felicità in questa stessa vita. Dunque, come si pratica la meditazione? Si incomincia osservando i cinque precetti e praticando la concentrazione della mente. Come oggetto per la concentrazione si prende il respiro, rivolgendo l’attenzione alle narici e a ogni passaggio dell’aria in ingresso o in uscita.

È necessario, in questa fase, capire la differenza che passa fra questo esercizio e la pratica del prāṇāyāma dello yoga indú. Nel prāṇāyāma il respiro è controllato, regolato, mentre in questa pratica dell’ānāpāna buddista si osserva il respiro naturale, cosí com’è. Il termine ānāpāna sati, infatti, significa attenzione cosciente all’aria che esce e che entra. Inoltre, nella pratica indú dello yoga si attribuisce molta importanza al modo in cui ci si siede, mentre per la pratica dell’ānāpāna buddista qualsiasi posizione, purché non troppo comoda né troppo scomoda, va bene. Quando si concentra con continuità l’attenzione sul respiro all’ingresso delle narici, la coscienza diviene gradualmente sempre piú acuta e lucida. Se, mentre si sperimenta la sensazione termo-tattile originata dal fiato che vellica la pelle esterna delle narici, appare qualche altra sensazione nel naso o nelle sue prossimità, si concentra l’attenzione anche su di quella. Sono molti i tipi di sensazione che possono insorgere, come, per esempio, dolore, pizzicore, formicolio, pulsazioni o fremiti, calore, tepore, freddo e cosí via. Qualunque sensazione si sperimenti, va esaminata. Alcune possono essere semplicemente frutto di autosuggestione o di immaginazione, ma il maestro sarà d’aiuto nel distinguere la realtà dall’immaginazione.

Dopo questa fase, s’incomincia a osservare le sensazioni lungo tutto il corpo, dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa. Questo body scan è introduttivo alla vipassanā, che in realtà significa osservare le cose in modo corretto, nella giusta prospettiva, per vedere le cose come realmente sono e non solo come sembrano. La vipassanā insegna a essere osservatori distaccati delle sensazioni fisiche e dei turbamenti mentali. Il meditante impara ad accettare tutte le sensazioni, piacevoli e spiacevoli, senza alcuna reazione, cioè con serenità, equilibrio e intelligenza. In questo modo, la vipassanā è un metodo efficacissimo e, nello stesso tempo, assai semplice, per liberarsi dallo stress e dalle frustrazioni che sono cosí comuni al giorno d’oggi.

Come risultato della continua pratica, il meditante impara ad aver coscienza delle sensazioni in modo completamente distaccato, senza desiderio o avversione, e continuando nell’osservazione distaccata, a notare come le sensazioni vadano e vengano. Incomincerà così a rendersi conto che tutte le sensazioni, piacevoli o spiacevoli, sono impermanenti e caduche. Il desiderio si fa meno impellente e allora si può vedere che le sensazioni spiacevoli sono effettivamente spiacevoli, mentre quelle avvertite in prima istanza come piacevoli diventano anch’esse motivo di sofferenza quando scompaiono, a causa dell’attaccamento che si nutre per loro. Il desiderio diminuisce ulteriormente allorché si penetra piú profondamente nella realtà del corpo e si scopre che ogni cosa dentro di esso è in uno stato di flusso continuo; che non c’è nulla nel corpo o nella mente che possa essere chiamato «io» o «mio» e che il mondo del corpo e della mente è vano, illusorio e privo d’essenza.

Comprendendo questo, il meditante sviluppa automaticamente un atteggiamento di distacco. In questo modo, basandosi sull’esperienza delle sensazioni, si arriva a comprendere che il desiderio è la causa prima d’ogni sofferenza. Per sradicare questo desiderio, bisognerebbe praticare regolarmente la vipassanā. L’obiettivo principale della vipassanā è la comprensione della verità ultima, il nibbāna, ma se la vipassanā diventa uno stile di vita, si riesce a raggiungere un piú alto grado di felicità e pace mentale anche qui, in questa vita. A mano a mano che si sradicano le impurità, si consente alla purezza di mettā, karuṇā, muditā e upekkhā di svilupparsi.

Mettā significa amore, amore puro, benevolenza, amore universale, infinito o senza limiti. Ci sono vari tipi d’amore fra esseri umani. C’è l’amore dei genitori per i figli, quello del marito per la moglie, quello della moglie per il marito, l’amore fraterno, l’amore fra uomo e donna, quello fra parenti e amici. Ma nessuna di queste forme è mettā, amore puro. Esse sono tutte radicate nella brama (lobha), nel desiderio (upādāna) e nella miopia mentale (moha).

Karuā significa compassione, pura compassione, infinita o compassione senza limiti. Esistono molti tipi di compassione. Se il nostro prossimo o i nostri cari soffrono, in noi nasce la compassione: incominciamo a condividere la loro miseria e il loro dolore a causa dell’affetto che nutriamo per loro. Ma se a soffrire è qualcun altro, per il quale non abbiamo attaccamento, allora non sentiamo compassione, non sentiamo la sua miseria come nostra. Questa non è mahakaruā, infinita compassione. Similmente, se le persone a noi care sono felici e fortunate, ci sentiamo felici per loro a causa del nostro affetto. Anche questa non è muditā, gioia compartecipe, perché radicata nella cecità mentale.

Muditā significa pura gioia compartecipe, infinita gioia compartecipe, per tutti gli esseri, conosciuti e sconosciuti, senza alcuna discriminazione.

Upekkhā significa equanimità. È un perfetto, incontrollabile equilibrio della mente, saldamente basato sull’insight. Nella misura in cui ci si riesce a liberare dall’attaccamento se stessi (l’«io» e il «mio») tanto piú ci si ritrova colmi d’equanimità. L’equanimità è il piú importante dei quattro stati sublimi (mettā, karuā, muditā e upekkhā). Ma ciò non significa che la serenità sia superiore all’amore, alla compassione e alla gioia compartecipe: l’uno comprende gli altri e viceversa. Finché nell’intimo saremo impuri o contaminati, non potremo dare questo amore puro ad altri esseri. Questo amore si trova oscurato o bloccato dalle nostre impurità. Ma, una volta che si è incominciato a purificarsi con la meditazione vipassanā, nella misura in cui le impurità verranno rimosse, si sarà proporzionalmente capaci di mettā verso gli altri.

Signore e Signori, grazie infinite per avermi ascoltato con tanta pazienza e attenzione. Spero che ora abbiate la possibilità di praticare la meditazione vipassanā per il vostro bene e possa la vera felicità essere con tutti voi e con tutti gli esseri.

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