Il pennino Mitchell con tre buchi

La mia maestra delle elementari aveva la fissazione dei pennini Mitchell con tre buchi. Se sorprendeva qualcuno a usarne uno diverso — apriti cielo! — si accigliava e metteva una nota. Alla fine tutti si adeguarono, così, per ben tre anni, dalla prima alla terza elementare, nessuno si sognò mai più di mettere in dubbio che per scrivere bisognasse usare quel pennino e non altri.

Arrivati in quarta elementare cambiammo maestro: al posto della nostra adorata romagnola coi capelli ricci, le gote rosse e i pennini Mitchell, trovammo un omino anziano, canuto, dall’aria dimessa, all’ultimo anno di lavoro prima della pensione, al quale del pennino Mitchell con tre buchi non importava nulla. Ancor più sorprendente fu il fatto che scoprimmo di poter scrivere senza problemi anche con altri pennini.

Molti anni dopo, nel 1980, feci il mio primo corso di meditazione vipassanā, rigorosamente di dieci giorni, come prescritto dal protocollo della Tradizione di Sayagyi U Ba Khin. A questo ne seguirono molti altri, sempre di dieci giorni, perché, fiducioso negli insegnamenti ricevuti, avevo fatta mia la convinzione che per l’apprendimento della vipassanā dieci giorni di ritiro fossero la condicio sine qua non. Cominciai ad avere qualche dubbio, al riguardo, nei primi anni ’90 quando, su richiesta dell’amico Edoardo Majno, allora direttore sanitario dell’Istituto dei Tumori, cominciai a guidare sedute di meditazione dedicate non solo ai pazienti, ma anche ai familiari. Queste sessioni si tennero, per sei anni, presso Una Famiglia a Milano, una struttura dedicata a dare alloggio e assistenza a chi, non risiedendo in città, doveva venirci per curarsi. Dopo un po’ e un certo numero di serate in cui proponevo una sorta di rilassamento guidato, tipo training autogeno, cominciai a introdurre, con cautela, la pratica dell’ānāpānasati e, successivamente, coi pazienti con cui c’era la possibilità di una certa continuità di pratica, anche la vipassanā. I risultati furono più che incoraggianti, così cominciai a sospettare che i dieci giorni necessari per la vipassanā fossero una sorta di ossessione didattica, come lo era stato il pennino Mitchell con tre buchi per la mia maestra elementare. Come nacque e come mai si sia radicata questa credenza dei dieci giorni è presto spiegato.

Sayagyi U Ba Khin, alla fine della seconda guerra mondiale e dell’occupazione giapponese, con l’indipendenza concessa dagli inglesi alla loro ex colonia, era stato nominato Ragioniere Generale della Birmania. In quanto laico poteva dedicare alla meditazione e all’insegnamento solo il poco tempo libero che il suo incarico di grande responsabilità gli lasciava. Oltre alle ore serali, c’era Capodanno Birmano (Thingyan) che si celebra il 13 Aprile di ogni anno e in cui il periodo festivo si estende per dieci giorni. Durante le celebrazioni, gli uffici sono chiusi e tutti sono in festa. Di solito è un’occasione per chi vive lontano dal posto in cui è nato per tornare a trovare i parenti. Sayagyi tenne i suoi primi corso di vipassanā, cui parteciparono molti dei suoi collaboratori della Ragioneria Generale, nei primi anni ’50 approfittando della chiusura stagionale per dieci giorni dei pubblici uffici.

Nel 2007, su sollecitazione di alcuni vecchi amici, acconsentii a ricreare il gruppo di meditazione del Centro Maitreya Milano, che s’era sciolto anni prima. Fu così che, a poco a poco, nacque il Libero Corso Urbano di Meditazione Vipassanā che oggi si articola in due sessioni settimanali, un weekend non residenziale al mese e almeno due ritiri di dieci giorni l’anno. Ovviamente la velocità e la profondità dell’apprendimento dipendono dalla disponibilità degli studenti, ma l’esperienza ormai più che decennale mi ha confermato che è possibile apprendere correttamente la vipassanā anche senza dover partecipare a un ritiro di dieci giorni, cosa che, per un milanese laico «imbruttito» non è sempre possibile. La mission della Fondazione Maitreya, con cui collaboro dal 1985, è di promuovere la conoscenza del Buddhadharma in un’ottica laica, non settaria, anzi unitaria, senza fini di lucro né di proselitismo e la libera scuola di vipassanā a detta dei molti partecipanti, soddisfa tutti questi requisiti.

Mettena cittena

Flavio Pelliconi

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