Rinascita senza trasmigrazione

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Il re disse: «Può esserci rinascita là dove non c’è trasmigrazione, Nagasena?» «Sì, o re». «Ma come può essere? Fammi un esempio» «Immaginate un uomo, o re, che accenda una candela da un’altra candela, forse che la fiamma della prima trasmigra nella seconda?». «Certo che no». «Proprio così, grande re, c’è rinascita senza trasmigrazione». «Fammi un altro esempio». «Vi ricordate, grande re, di aver imparato, quando eravate ragazzo, qualche verso o altro dal vostro maestro?» «Sì, mi ricordo». «Allora quel verso trasmigrò dal vostro maestro a voi?». «Certo che no». «Proprio così, grande re, c’è rinascita senza trasmigrazione». «Molto bene, Nagasena».

La parola «trasmigrazione» viene dal latino tardo ed è stata coniata per indicare la trasmigrazione delle anime, cui è sempre stata associata, tanto che anche il Vocabolario Treccani la riporta come sinonimo di reincarnazione e metempsicosi.

La rinascita invece si applica ai capelli, alle piante e, in senso figurato, alle passioni, ai dubbi. Indica un processo che non è necessariamente personale. Per questo viene preferita dai maestri buddisti (inglese rebirth) come si puo facilmente controllare facendo una breve ricerca in rete.

Secondo gli insegnamenti più antichi, ciò che determina la rinascita è la reazione (saṇkhara) all’esperienza dell’ultimo istante di vita. Una reazione di paura, di odio o, comunque, contaminata da uno dei tre veleni — avversione (dosa), attaccamento (rāga) o offuscamento (moha) — determina la rinascita in una condizione inferiore di esistenza; mentre una reazione caratterizzata da uno stato emotivo sano (kusala) favorisce la rinascita in una condizione superiore di esistenza, in un piano divino e anche oltre. Se l’ultimo, fatidico istante è caratterizzato da presenza mentale (sati), da concentrazione (samadhi) o da disidentificata assenza di reazione (upekkha) l’energia risultante può propiziare la rinascita in uno stato supremo. Quando il senso d’importanza personale è totalmente sradicato, allora la rinascita cessa.

I maestri di meditazione introspettiva (vipassanā) affermano che l’osservazione rivela che l’«autocoscienza» non è che una sequenza di realtà esperienziali singole, piuttosto che un continuum di consapevolezza. Proprio come un film è l’insieme di una serie di fotogrammi singoli, i quali, grazie al meccanismo del proiettore, generano l’illusione cinematografica del movimento, così ogni istante di vita è un’esperienza di una singola cosa — un pensiero, un ricordo, una sensazione o una percezione —. Ogni realtà esperita ha origine, perdura ed essendo impermanente infine cessa, seguita senza soluzione di continuità dalla successiva realtà esperita. In questo modo la «coscienza» d’un essere senziente viene vista come una serie continua di nascite e di morti delle singole realtà esperite. E ciò che viene definito «rinascita» altro non è che la continuazione di questo processo.

Ciò che rinasce, quindi, che cos’è? È un’energia reattiva originata dalle volizioni consce e inconsce della mente dell’individuo al momento della morte. Non si tratta di un’anima individuale (jiva) né di un’anima mundi (atman), né, tantomeno, di una coscienza (viññana) avulsa dai cinque aggregati (ossia da corpo e mente), ma solo di karma impersonale, senza padrone, che tira a campare.

Spesso si solleva l’obiezione che secondo le scritture antiche il Buddha, al momento del risveglio, grazie al potere della concentrazione mentale, potè fare una ricapitolazione delle «sue» moltissime vite passate. In realtà questo potere doveva essere davvero straordinario perché gli consentì, tra l’altro, di osservare, in se stesso, il processo di formazione della materia a partire da microscopiche entità comportamentali, che Egli chiamò kalāpa, molto più piccole degli atomi, nella scala di grandezza della Lunghezza di Planck, la più minuscola unità di misura allo stato attuale dell’arte. Questi kalāpa, collassando nel medesimo istante in cui vengono all’essere, forniscono al processo di produzione condizionata l’energia necessaria alla continuazione. Ora, se effettivamente il Buddha era dotato di una tale potenza introspettiva, non meraviglierebbe se fosse riuscito anche a «leggere» nel DNA le «memorie» registrate di innumerevoli vite «precedenti», create da una catena interminabile di antenati umani, animali, pesci, ecc. fino a risalire agli organismi unicellulari nella notte dei tempi. In ogni caso, comunque, niente di personale 🙂

2 commenti

  1. L’ha ribloggato su poesiaspontaneae ha commentato:
    Un articolo importante e utile in un linguaggio semplice

  2. un articolo che mi è stato molto utile anche per la semplicità del linguaggio, lo sarà anche per altri, grazie

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