La Retta Parola

Lingua biforcuta

Lingua biforcuta

Tutti sappiamo (o dovremmo sapere) che i cinque precetti fondamentali non sono “comandamenti”, ma linee-guida, che hanno per la nostra vita di relazione una funzione analoga a quella che il codice stradale e la segnaletica hanno per chi è alla guida di un veicolo. Lo scopo dei precetti è di renderci coscienti del fatto che certi comportamenti sono pericolosi e che, adottandoli, rischiamo di fare “incidenti”, ossia di creare varï gradi di sofferenza per noi e per gli altri nella vita di relazione. Tra tutti e cinque i precetti, comunque, quello più spesso chiamato in causa nelle giornate di un contemporaneo laico è quello che riguarda la retta parola, perché la bocca è la “porta” che si apre più frequentemente delle altre. In che cosa consista la retta parola il Buddha lo dice ripetutamente, nei discorsi:

«E che cos’è, o monaci, la retta parola? Astenenersi dal mentire, dalle calunnie, dall’asprezza di parola, dai discorsi frivoli. Questa è detta Retta Parola».

Ovvero

«il vero praticante eviti i discorsi inutili e se ne astenga; parli a tempo debito, in conformità coi fatti, parli di ciò che è utile; parli del Dhamma e della disciplina; le sue parole siano come un tesoro, proferite al momento giusto, sostenute da argomenti, moderate e piene di senso. Questa è la retta parola».

«Guardatevi dalla collera nel parlare, state attenti a ciò che dite; lasciando perdere le parole dettate dalla collera, mettete in pratica la retta parola».

Nel Vinaya Piṭaka leggiamo queste istruzioni:

«Chiunque stia per ammonire un altro deve suscitare in sé cinque qualità prima di aprir bocca, in modo da poter dire così: “Parlerò a tempo debito, non nel momento sbagliato. Dirò la verità, non bugie. Parlerò soavemente, non con severità. Parlerò a suo vantaggio, non a suo danno. Parlerò con intento gentile, non con rabbia”».

Retta parola, perciò, non significa solo prestare attenzione alle parole che si dicono e al loro tono, ma implica anche che le nostre parole riflettano la compassione e la premura per gli altri, che servano a confortare e guarire, piuttosto che a ferire e distruggere. La prima cosa ovvia è che, nel dubbio, è meglio tacere. Per questa ragione durante i ritiri e i corsi di vipassanā si osserva il Silenzio Nobile. Quello della parola è un flusso molto difficile da regolare, pertanto, se si vogliono evitare problemi e incidenti, è meglio stare zitti. Dire la verità viene al secondo posto; al terzo, dire ciò che è giusto; al quarto dire cose gradite. Ma, al di là delle definizioni, c’è qualche «dritta» che possa esserci utile nella vita quotidiana? C’è qualche trucco che si possa mettere in pratica per ottemperare soddisfacentemente a questo precetto? Beh… Io credo di sì. Per esempio può essere utile ricordarsi che ogniqualvolta si parla di terze persone si entra in zona pericolosa. Non solo perché si rischia di parlarne male, ma anche perché si rischia di parlarne bene. Non sto scherzando. Non è solo parlando male degli altri che possiamo far danno, ma anche parlandone “bene”.

  • perché in realtà abbiamo delle cose una conoscenza parziale e sommaria e quindi, se parliamo e/o scriviamo di cose che non conosciamo (o che conosciamo solo superficialmente) come se le conoscessimo equivale a mentire;
  • perché il nostro giudizio è mutevole e siamo però comunque responsabili delle dicerie che mettiamo in giro;
  • perché la stima, così come la disistima che possiamo provare per una persona si basa per lo più su pregiudizi e proiezioni;
  • perché è molto facile credere che sia vero ciò che si desidera che lo sia: l’autoinganno ha molte forme.

Dato che con le parole possiamo indurre gli altri a credere cose non vere o a fidarsi di persone non affidabili, o a mettersi in situazioni critiche, è perciò meglio astenersi dalla lode così come dal biasimo, anche se le «terze» persone di cui amiamo parlare (quasi sempre per autoconfermarci nelle nostre fissazioni) sono personaggi famosi, da molti ritenuti grandi maestri, santi, filantropi o benefattori.

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